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Ascensione Uhuru Peak – Kilimangiaro

11 dicembre 2012

Giorno 5 – L’ascensione alla vetta
Tensione e adrenalina nell’aria, il grande giorno e’ arrivato. A mezzanotte in punto lasciamo il rifugio, muniti di pile frontali insieme alle due guide, piu’ un portatore-assistente.
Ognuno di noi, oggi, ha vissuto esperienze diverse. Abbiamo quindi deciso di raccontarle singolarmente.

Racconto di Andrea De Mas
E’ mezzanotte, non sono riuscito a dormire nulla. La voglia di partire e’ tanta, il cielo e’ un tappeto di stelle mai visto prima. Guardo in direzione del sentiero dove un serpente luminoso (creato dalle frontali degli altri escursionisti) sale lentamente. Parto subito forte all’attacco della prima lunghissima rampa verticale. La guida mi invita a procedere piano e in fila indiana. Ma la voglia di mettermi in gioco e’ tanta e fatico a restare nei ranghi.
Il mio amico Matteo dopo i primi metri sul ripido inizia a lamentare i primi disturbi e la fila deve fermarsi più volte.
Inizio ad avere segni di insofferenza per l’andatura troppo lenta e le pause troppo frequenti. In accordo con una delle due guide ci stacchiamo dal gruppo e aumentiamo l’andatura, il serpente luminoso e’ il mio primo obbiettivo, raggiungerlo, superarlo e staccarlo, provare il passo, spingermi un po’ più in la’.
Sono ore che cammino, non ho più luci davanti a me, la frontale mi permette di vedere solo una decina di metri davanti. E’ frustrante non vedere dove si va, non potersi porre un obbiettivo geografico. Fatico, non so quanto manca, non so dove sono, il fiato e’ corto. Mi arrampico tra i massi cercando la giusta coordinazione passo/fiato. Il primo tabellone Gilmans Point a 5.685 mt mi suggerisce che tra un’ora o poco più raggiungerò la vetta.
Inizia la parte più dura: dopo cinque ore, le gambe e il fiato sono messi a dura prova. Incontro un gruppo di escursionisti provenienti da un’altra route che sale di buon passo, decido di attaccarmi a loro, lascio la mia guida e raggiungo il gruppetto, ne ho ancora, li supero, tiro quello che riesco.
L’alba alle mie spalle saluta la mia ascesa, percorro gli ultimi metri della cresta. Uhuru Peak 5.895 mt in 5 ore 55 minuti. Perché a me piace così, la competizione con me stesso, provare il limite, arrivare stremato, sapere che hai dato tutto anche in questo.
Finalmente con il sole ormai sorto lascio gli occhi ammirare quello che durante la salita non potevano: paesaggio lunare con massi lavici e poco più in la’ i ghiacci perenni.
Non voglio accorgermi della gente che con il passare dei minuti riempe lo spazio circostante. Fa freddo, mi copro con un piumino e con il sole negli occhi aspetto i miei amici. Arriveranno?

Racconto di Matteo Gracis
Teso come non mai (vedi considerazioni finali del giorno 4) inizio la marcia cercando da subito un buon ritmo tra il respiro e il passo, invano. Dopo circa mezz’ora inizia la salita vera e in breve, vado in tilt!
Ho un primo colpo di caldo improvviso, forse sono in iper-ventilazione e decido di svestirmi, costringendo il gruppo a fermarsi, mio malgrado. La situazione non migliora e poco dopo sono nuovamente alle prese con altri problemi: ora ho freddo, tachicardia, il respiro cortissimo e la testa “in palla”. Il gruppo si divide: De Mas e la 2′ guida procedono piu’ velocemente quindi vanno avanti; a seguire Vascellari con la 1′ guida e in coda io con il portatore-assistente.
Inizia una rampa ripida e infinita, fatta di ghiaia e sassi, da salire lentamente a zig-zag. Procedo arrancando, ogni passo e’ una tortura, perdo la cognizione del tempo e inizio seriamente a pensare di abbandonare tutto!
Il raggiungimento di quota 5.000 mt e’ drammatico: realizzo di aver fatto solo 300 mt scarsi di dislivello e ne mancano ancora piu’ del doppio.
Vado avanti per inerzia, lentissimo, mi fermo ad ogni passo o quasi: le gambe reggono bene, ma sono i polmoni, il cuore e la testa che non lavorano come dovrebbero.
Mi rendo conto che l’unica speranza che ho di arrivare in cima e’ di andare avanti il piu’ piano possibile e non demordere. Mi armo quindi di pazienza e procedo, passo dopo passo. La salita sembra non finire mai.
Mi alterno con Vascellari, a momenti e’ dietro, altri davanti di me di qualche metro. Ci sosteniamo a vicenda, sembra vada tutto bene ma ad un certo punto capisco che anche lui ha dei problemi e rimane indietro. Fatico a vedere la sua frontale, lo chiamo nel buio gelido in cui siamo immersi. Mi urla di non fermarmi, di andare avanti. Non ho le forze per aiutarlo in alcun modo, gli rispondo incitandolo. Da quel momento non lo vedro’ piu’. De Mas e’ molto avanti.
Il sole sorge, davanti a me si apre uno scenario mozzafiato. La luce mi da speranza. E’ un’alba infuocata, sono sopra le nuvole. Lo spettacolo e’ compromesso dalla fatica e dalla visione di dove mi trovo e di quanto mi manca a terminare questa maledetta e infernale salita.
Gli ultimi 100 metri sono quasi una ferrata: prendo fiato 3-4 volte prima di ogni passo. Mi chiedo piu’ volte chi diavolo me l’ha fatto fare! Ma in qualche modo, che stupisce me per primo, vado avanti. Non ho dubbi nel dire che mai in tutta la mia vita, ho messo in atto una tale forza di volonta’.
Raggiungo Gilmans point (5.685 mt) alle ore 6:00 e quasi non ci credo.
Sono stremato e sento che potrei svenire da un momento all’altro. Ma sono arrivato fin qui, devo tentare di raggiungere la meta. 2 ore di sentiero in quota, che costeggia il cratere principale, con leggere salite… posso farcela!
Conquisto Uhuru Peak alle ore 8:15, in stato confusionale. Sono sul punto piu’ alto dell’Africa e qui trovo De Mas ad aspettarmi.
La soddisfazione e’ tanta, offuscata dal mio stato. Ho vertigini, sonnolenza e strane sensazioni: parlo e non riconosco la mia voce, fatico a compiere gesti banali, sono confuso.
Foto ricordo veloce e via subito verso la strada del ritorno. Devo scendere in fretta per risolvere e non aggravare i sintomi del mal di montagna. Alle 10:30 circa arrivo a Kibo, sano e salvo.
Permane in me la netta sensazione di aver fatto un giro, andata e ritorno, sulla luna!

Racconto di Andrea Vascellari
Sconfitto a quota 5.500 mt. Eh si! Ha vinto lui. IL KILIMANJARO.
Pur non avendo dormito sono partito decisamente bene. Passi corti e contati, senza pensieri per la respirazione (si regola da sola). Ogni 25 passi, all’inizio, e 15 passi, alla fine, succhiatina al tubo dell’acqua, rigorosamente termo-isolato per evitare il facile congelamento, per mantenere i liquidi in continua circolazione.
Abbigliamento in regola: con una temperatura costante sotto lo zero termico non ho mai avuto freddo a nessuna parte del corpo.
L’ascesa e’ partita da subito ripidissima e a zig-zag. Le gambe non hanno mai dato segni di stanchezza. Ogni tanto si presentavano mal di testa o nausea ma con una pausa e un po’ d’acqua sono riuscito a proseguire senza troppa sofferenza.
Arrivato a quota 5.500 (200 mt sotto il bordo del cratere) e’ iniziata l’agonia. Con il respiro non avevo problemi, ma sono iniziati giramenti di testa, vomito e cefalea.
Ho stretto ulteriormente i denti. Facevo due passi e una pausa, ma la pausa era solo sofferenza in più’.
Dopo varie soste e ripartenze ho preso quindi la decisione di scendere di 200 mt per cercare di diminuire il malessere causato dalla quota e ritentare l’ascesa. La discesa non ha aiutato, anzi…
A quel punto la decisione di abbandonare. Avevo perso ritmo, energie e stimolo. Stavo male. Immaginate la peggior dopo-sbornia della vostra vita!
Nel frattempo il crepuscolo stava per terminare e il sole era in arrivo. Ho deciso di sedermi, dimenticare tutto e gustarmi la più bella alba mai vista, che ha ripagato tutto lo sforzo fatto…

DSC01033 (Copia)

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