Kilimangiaro trekking report

Giorno 1
“Pole pole, piano piano”. Così si procede durante un trekking e così abbiamo intrapreso il nostro, piano piano. Lentamente, quasi a trascinare un piede dopo l’altro, quasi a fermarsi tra un passo e il successivo. E va bene così, soprattutto se la meta e’ a una quota elevata. Il ritmo lo fissa la nostra guida e noi dietro a distanza di pochi metri.
Inizia così la marcia, a Marangu Gate (1.950 mt). Un bel sentiero, largo e curato, attraversa una zona fitta di vegetazione. Incontriamo due scimmiette nere appollaiate su un albero. Questa prima giornata e’ molto soft: in circa 4 ore, con alcune pause, arriviamo alla prima tappa, il rif. Mandara (2.720 mt).
La prima notte passa tranquilla: dormiamo in piccoli ma accoglienti bungalow, al caldo nei nostri sacchi a pelo.

Giorno 2
Stiamo tutti bene, il tempo e’ buono e il morale alto. Partiamo alle 8:30 dopo un’abbondante colazione. Presto la vegetazione cambia e passiamo dalla foresta pluviale a una zona meno verde, con cespugli simili ai nostri baranci e alberi di piccole dimensioni. Procediamo sempre lenti ma costanti e saliamo di quota senza problemi.
Nell’ultimo tratto prima del nuovo rifugio il panorama si apre e finalmente intravvediamo la cima innevata del Kilimangiaro. Sotto a noi l’immensa valle che si estende fino all’orizzonte.
Nel primo pomeriggio arriviamo al rif. Horombo, la seconda tappa. Siamo a 3.720 mt, tutti e tre in ottima forma, molto soddisfatti di com’è’ andata la giornata e di come i nostri fisici stanno rispondendo alla quota. Nessuna difficoltà’ tecnica, anche oggi e’ stata una normale passeggiata di montagna. Sappiamo che la difficoltà’ del trekking e’ data solo dall’altitudine e che “il bello inizia adesso”.
Domani ci spingeremo oltre i 4.000 mt.

Giorno 3
Giornata di acclimatamento: molti non la fanno, noi si, seguendo il programma che avevamo stabilito in partenza. Facciamo quindi una breve escursione a circa 4.200 mt e ci fermiamo. Sentiamo il fiato piu’ corto rispetto agli altri giorni ma saliamo senza difficoltà e in 1 ora raggiungiamo Zebra Rocks (chiamata così per i segni lasciati dal ghiacciaio che si e’ ritirato) e poi giù’ di nuovo ad Horombo per la seconda notte.
Il tempo cambia in fretta, a momenti c’è’ il sole (caldissimo), poco dopo piove. Nel pomeriggio il cielo si apre e ci regala una vista fantastica
Tutto procede bene. Domani raggiungeremo Kibo, l’ultimo rifugio prima della cima, a 4.700mt.

Giorno 4
Partiamo alle ore 8:00, su un sentiero che subito si fa ripido. Stiamo un po’ prima di “ingranare la marcia giusta” ma una volta trovata procediamo senza problemi. Intorno ai 4.300 mt il panorama cambia, la strada diventa pianeggiante e in breve ci troviamo in un grande deserto d’alta quota. Attraversarlo e’ magico.
Arrivano i primi leggeri mal di testa e il fiato si fa sempre più corto ma e’ tutto normale, ora siamo sui 4.500 mt e manca poco al rif. Kibo.
Sull’ultima rampa sento il cuore che pompa forte e mi fermo a riprendere fiato ogni 20-30 passi. Ma ormai ci siamo e arriviamo al rifugio (4.720 mt) senza particolari problemi. Questa e’ l’ultima tappa prima della meta.
Ora ci riposiamo un po’ di ore e a mezzanotte ripartiamo, per l’ascesa a Uhuru Peak, la vetta del Kilimagiaro.

ore 20:20 e 9 secondi
Scrivo. Scrivo per ingannare il tempo. Scrivo perché altro non posso fare.
L’attesa per la partenza e’ straziante. Mancano poco meno di 4 ore, ma i minuti non passano più. E ho già letto, ho già provato a dormire, ho già fatto un giro fuori, sotto il cielo più freddo e stellato che abbia mai visto. Ho già fatto tutto, non mi resta che scrivere.
Ho bisogno di scrivere. La mia testa e’ satura di pensieri. La quota si fa sentire: qualche ora fa e’ arrivato un mal di testa più fastidioso e persistente degli altri. Ho preso un’aspirina e presto mi e’ passato, ora sto bene. Ma quella mezz’ora e’ bastata per rivoltarmi l’anima… si perché quello che a casa, nella vita di tutti i giorni, e’ un problema da niente, qui, a 4.700 mt si trasforma in una catastrofe, o per lo meno, questo succede nella mia testa.
E allora mille paranoie sull’ascesa, sulla riuscita della “spedizione”, sul mal di montagna, su cosa e’ meglio fare e cosa no. E tutto ciò che gli scorsi giorni era stato gestito e affrontato con tranquillità’, ora esplode nella confusione più totale.
Il cuore pulsa, forte, a momenti fortissimo. Sara’ la quota, saranno le preoccupazioni. Entrambe le cose. E allora scrivo, e butto fuori tutto.
Penso alla mia donna, a quanto vorrei ora un suo caldo bacio. E poi subito al nostro bambino, a cosa non darei per lanciarlo in aria e vederlo sorridere come solo lui sa fare. Quanto mi farebbero stare meglio! E invece c’è’ solo un nodo in pancia che non accenna a sciogliersi.
Giusto qualche ora fa, camminando lento nel deserto che porta a Kibo, con il sole in faccia e la musica nelle cuffie, ho pensato che in quel momento, in quel preciso istante, non avrei voluto essere in nessun altro posto al mondo. E mi sono sentito tanto fortunato, senza sapere chi o cosa ringraziare.
Ora, vorrei essere ovunque tranne qui. Per la miseria!
Mi aggrappo ad appigli importanti ma piu’ fragili del solito: al fatto che fra meno di dodici ore, se tutto andrà bene, vedrò sorgere l’alba dalla montagna piu’ alta dell’Africa e realizzerò un sogno che rincorro da anni; al fatto che fra una settimana riabbraccerò la mia famiglia e li amerò’ ancora più di prima, perché ancora più di prima, saprò quanto preziosi sono per me; mi aggrappo a tutto ciò che posso… ma tutto ciò fa parte di un futuro, vicino o lontano che sia. Adesso, ora, qui, sono le 20:48 e 10 secondi. E mancano tre fottute ore alla svolta.
Mi coricherò ancora e leggero’ qualche pagina sperando che i miei occhi si stanchino e la mia mente si plachi. Dormire un paio d’ore e’ ciò che piu’ desidero in questo momento.

E spero tanto, con tutto me stesso, di rileggere queste righe domani sorridendo, per come ero stato capace di perdermi in un bicchier d’acqua.

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