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26 aprile 2017

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Tanzania safari report

17 dicembre 2012

Tutti gli aggettivi a cui ho pensato per descrivere i luoghi che abbiamo visitato durante i nostri safari, sono inadeguati, insufficienti e quasi ridicoli di fronte a questi trionfi di madre Natura.

Posso solo dire che se esiste un paradiso terrestre, oggi, quello si chiama Serengeti national park e si trova nel nord-est della Tanzania, al confine con il Kenya.
Non ho molto da scrivere a riguardo perche’ come detto non esistono parole all’altezza. Le immagini sono sicuramente piu’ esaustive.

Una cosa pero’ ci tengo a dirla: voglio ringraziare sinceramente e pubblicamente il popolo tanzano per aver conservato, gestito, valorizzato e custodito questi eden (vi basti sapere che Serengeti e’ un’area naturale protetta di 14.700 km/q. Per darvi un’idea delle dimensioni, l’intero Veneto misura 18.400 km/q).
L’hanno fatto e lo stanno facendo limitando il piu’ possibile la presenza e l’impatto della razza umana: sacrificando cosi introiti economici immensi, facili e immediati, loro che di introiti economici, si sa, ne avrebbero bisogno come pochi al mondo. E’ una scelta coraggiosa e ammirevole, una grande lezione per noi occidentali, sempre piu’ accecati dal progresso ad ogni costo e dal dio denaro.
Il mondo intero dev’essere riconoscente alla Tanzania, per cio’ che sono oggi questi parchi.

Nelle foto che seguono, il Serengeti…

Ngorongoro e’ un grande cratere vicino e ad est del parco del Serengeti, un’incredibile riserva naturale, dove gli animali vivono protetti e in totale liberta’ (cosi come negli altri national park). La notte prima di visitarlo abbiamo dormito in tenda sui bordi del cratere, in un “wild camping”, dove 2 rangers alternavano la guardia per eventuali incursioni di leoni.

Abbiamo completato i nostri giorni di safari con la visita del parco nazionale Tarangire, che si trova a un centinaio di km da Arusha e a sud di Serengeti e Ngorongoro.

Nonostante le nostre aspettative fossero grandi, sono state ampiamente superate! Mai ci saremmo aspettati meraviglie simili.
Personalmente rimane il forte, fortissimo, senso di gratitudine verso i tanzani, che hanno protetto e realizzato questo sogno.

Trattiamo bene la terra su cui viviamo: essa non ci è stata donata dai nostri padri, ma ci è stata prestata dai nostri figli.
(proverbio Masai)

Considerazioni finali trekking Kilimangiaro

15 dicembre 2012

Al ritorno dalla vetta “ricarichiamo un po’ le batterie” a Kibo, sistemiamo i bagagli e ripartiamo subito per scendere a Horombo, dove arriviamo nel tardo pomeriggio dopo 6 km sotto la pioggia. Dormiamo profondamente.
Il giorno successivo comminiamo per 14 km fino a Marangu Gate, punto di partenza e di arrivo del trekking. Tiriamo le somme di questi sei giorni intensi.

La cima del Kilimangiaro ora ci appare gia’ lontanissima e irraggiungibile. Noi siamo TUTTI molto soddisfatti di questa avventura: e’ stata un’esperienza straordinaria e anche le grandi difficoltà incontrate, l’hanno resa cosi speciale e completa.

Il trekking in se’ non e’ stato per niente impegnativo fino all’ultimo rifugio (Kibo), anzi ce lo immaginavamo ben piu’ duro, cosi come credevamo molto piu’ semplice l’ascensione finale alla vetta, che invece si e’ rivelata tostissima. Anche se non sono necessarie particolari doti tecniche/alpinistiche, la difficolta’ della salita a Uhuru Peak non e’ data solo dall’alta quota: la lunga rampa che porta a Gilmans Point sarebbe un’escursione di tutto rispetto anche a quote molto inferiori.
Per una salita piu’ tranquilla e per aumentare le possibilità’ di raggiungere la vetta del Kilimangiaro, personalmente ritengo sia consigliabile fermarsi un giorno in piu’ a Kibo, favorendo cosi un acclimatamento ideale.

L’atmosfera che si respira salendo sul grande vulcano africano e’ unica e assai diversa dai trekking Himalayani.
Se si ha la fortuna di essere accompagnati dall’agenzia giusta, i portatori e le guide vi contageranno con la loro irresistibile allegria e positivita’: lungo il percorso ci si saluta con un caloroso “Jumbo!” e la maggior parte delle preoccupazioni, si risolvono con un solare “Hakuna Matata” (senza problemi).

E ora… Safari time!
Presto online report e info.

Ascensione Uhuru Peak – Kilimangiaro

11 dicembre 2012

Giorno 5 – L’ascensione alla vetta
Tensione e adrenalina nell’aria, il grande giorno e’ arrivato. A mezzanotte in punto lasciamo il rifugio, muniti di pile frontali insieme alle due guide, piu’ un portatore-assistente.
Ognuno di noi, oggi, ha vissuto esperienze diverse. Abbiamo quindi deciso di raccontarle singolarmente.

Racconto di Andrea De Mas
E’ mezzanotte, non sono riuscito a dormire nulla. La voglia di partire e’ tanta, il cielo e’ un tappeto di stelle mai visto prima. Guardo in direzione del sentiero dove un serpente luminoso (creato dalle frontali degli altri escursionisti) sale lentamente. Parto subito forte all’attacco della prima lunghissima rampa verticale. La guida mi invita a procedere piano e in fila indiana. Ma la voglia di mettermi in gioco e’ tanta e fatico a restare nei ranghi.
Il mio amico Matteo dopo i primi metri sul ripido inizia a lamentare i primi disturbi e la fila deve fermarsi più volte.
Inizio ad avere segni di insofferenza per l’andatura troppo lenta e le pause troppo frequenti. In accordo con una delle due guide ci stacchiamo dal gruppo e aumentiamo l’andatura, il serpente luminoso e’ il mio primo obbiettivo, raggiungerlo, superarlo e staccarlo, provare il passo, spingermi un po’ più in la’.
Sono ore che cammino, non ho più luci davanti a me, la frontale mi permette di vedere solo una decina di metri davanti. E’ frustrante non vedere dove si va, non potersi porre un obbiettivo geografico. Fatico, non so quanto manca, non so dove sono, il fiato e’ corto. Mi arrampico tra i massi cercando la giusta coordinazione passo/fiato. Il primo tabellone Gilmans Point a 5.685 mt mi suggerisce che tra un’ora o poco più raggiungerò la vetta.
Inizia la parte più dura: dopo cinque ore, le gambe e il fiato sono messi a dura prova. Incontro un gruppo di escursionisti provenienti da un’altra route che sale di buon passo, decido di attaccarmi a loro, lascio la mia guida e raggiungo il gruppetto, ne ho ancora, li supero, tiro quello che riesco.
L’alba alle mie spalle saluta la mia ascesa, percorro gli ultimi metri della cresta. Uhuru Peak 5.895 mt in 5 ore 55 minuti. Perché a me piace così, la competizione con me stesso, provare il limite, arrivare stremato, sapere che hai dato tutto anche in questo.
Finalmente con il sole ormai sorto lascio gli occhi ammirare quello che durante la salita non potevano: paesaggio lunare con massi lavici e poco più in la’ i ghiacci perenni.
Non voglio accorgermi della gente che con il passare dei minuti riempe lo spazio circostante. Fa freddo, mi copro con un piumino e con il sole negli occhi aspetto i miei amici. Arriveranno?

Racconto di Matteo Gracis
Teso come non mai (vedi considerazioni finali del giorno 4) inizio la marcia cercando da subito un buon ritmo tra il respiro e il passo, invano. Dopo circa mezz’ora inizia la salita vera e in breve, vado in tilt!
Ho un primo colpo di caldo improvviso, forse sono in iper-ventilazione e decido di svestirmi, costringendo il gruppo a fermarsi, mio malgrado. La situazione non migliora e poco dopo sono nuovamente alle prese con altri problemi: ora ho freddo, tachicardia, il respiro cortissimo e la testa “in palla”. Il gruppo si divide: De Mas e la 2′ guida procedono piu’ velocemente quindi vanno avanti; a seguire Vascellari con la 1′ guida e in coda io con il portatore-assistente.
Inizia una rampa ripida e infinita, fatta di ghiaia e sassi, da salire lentamente a zig-zag. Procedo arrancando, ogni passo e’ una tortura, perdo la cognizione del tempo e inizio seriamente a pensare di abbandonare tutto!
Il raggiungimento di quota 5.000 mt e’ drammatico: realizzo di aver fatto solo 300 mt scarsi di dislivello e ne mancano ancora piu’ del doppio.
Vado avanti per inerzia, lentissimo, mi fermo ad ogni passo o quasi: le gambe reggono bene, ma sono i polmoni, il cuore e la testa che non lavorano come dovrebbero.
Mi rendo conto che l’unica speranza che ho di arrivare in cima e’ di andare avanti il piu’ piano possibile e non demordere. Mi armo quindi di pazienza e procedo, passo dopo passo. La salita sembra non finire mai.
Mi alterno con Vascellari, a momenti e’ dietro, altri davanti di me di qualche metro. Ci sosteniamo a vicenda, sembra vada tutto bene ma ad un certo punto capisco che anche lui ha dei problemi e rimane indietro. Fatico a vedere la sua frontale, lo chiamo nel buio gelido in cui siamo immersi. Mi urla di non fermarmi, di andare avanti. Non ho le forze per aiutarlo in alcun modo, gli rispondo incitandolo. Da quel momento non lo vedro’ piu’. De Mas e’ molto avanti.
Il sole sorge, davanti a me si apre uno scenario mozzafiato. La luce mi da speranza. E’ un’alba infuocata, sono sopra le nuvole. Lo spettacolo e’ compromesso dalla fatica e dalla visione di dove mi trovo e di quanto mi manca a terminare questa maledetta e infernale salita.
Gli ultimi 100 metri sono quasi una ferrata: prendo fiato 3-4 volte prima di ogni passo. Mi chiedo piu’ volte chi diavolo me l’ha fatto fare! Ma in qualche modo, che stupisce me per primo, vado avanti. Non ho dubbi nel dire che mai in tutta la mia vita, ho messo in atto una tale forza di volonta’.
Raggiungo Gilmans point (5.685 mt) alle ore 6:00 e quasi non ci credo.
Sono stremato e sento che potrei svenire da un momento all’altro. Ma sono arrivato fin qui, devo tentare di raggiungere la meta. 2 ore di sentiero in quota, che costeggia il cratere principale, con leggere salite… posso farcela!
Conquisto Uhuru Peak alle ore 8:15, in stato confusionale. Sono sul punto piu’ alto dell’Africa e qui trovo De Mas ad aspettarmi.
La soddisfazione e’ tanta, offuscata dal mio stato. Ho vertigini, sonnolenza e strane sensazioni: parlo e non riconosco la mia voce, fatico a compiere gesti banali, sono confuso.
Foto ricordo veloce e via subito verso la strada del ritorno. Devo scendere in fretta per risolvere e non aggravare i sintomi del mal di montagna. Alle 10:30 circa arrivo a Kibo, sano e salvo.
Permane in me la netta sensazione di aver fatto un giro, andata e ritorno, sulla luna!

Racconto di Andrea Vascellari
Sconfitto a quota 5.500 mt. Eh si! Ha vinto lui. IL KILIMANJARO.
Pur non avendo dormito sono partito decisamente bene. Passi corti e contati, senza pensieri per la respirazione (si regola da sola). Ogni 25 passi, all’inizio, e 15 passi, alla fine, succhiatina al tubo dell’acqua, rigorosamente termo-isolato per evitare il facile congelamento, per mantenere i liquidi in continua circolazione.
Abbigliamento in regola: con una temperatura costante sotto lo zero termico non ho mai avuto freddo a nessuna parte del corpo.
L’ascesa e’ partita da subito ripidissima e a zig-zag. Le gambe non hanno mai dato segni di stanchezza. Ogni tanto si presentavano mal di testa o nausea ma con una pausa e un po’ d’acqua sono riuscito a proseguire senza troppa sofferenza.
Arrivato a quota 5.500 (200 mt sotto il bordo del cratere) e’ iniziata l’agonia. Con il respiro non avevo problemi, ma sono iniziati giramenti di testa, vomito e cefalea.
Ho stretto ulteriormente i denti. Facevo due passi e una pausa, ma la pausa era solo sofferenza in più’.
Dopo varie soste e ripartenze ho preso quindi la decisione di scendere di 200 mt per cercare di diminuire il malessere causato dalla quota e ritentare l’ascesa. La discesa non ha aiutato, anzi…
A quel punto la decisione di abbandonare. Avevo perso ritmo, energie e stimolo. Stavo male. Immaginate la peggior dopo-sbornia della vostra vita!
Nel frattempo il crepuscolo stava per terminare e il sole era in arrivo. Ho deciso di sedermi, dimenticare tutto e gustarmi la più bella alba mai vista, che ha ripagato tutto lo sforzo fatto…

DSC01033 (Copia)

Kilimangiaro trekking report

10 dicembre 2012

Giorno 1
“Pole pole, piano piano”. Così si procede durante un trekking e così abbiamo intrapreso il nostro, piano piano. Lentamente, quasi a trascinare un piede dopo l’altro, quasi a fermarsi tra un passo e il successivo. E va bene così, soprattutto se la meta e’ a una quota elevata. Il ritmo lo fissa la nostra guida e noi dietro a distanza di pochi metri.
Inizia così la marcia, a Marangu Gate (1.950 mt). Un bel sentiero, largo e curato, attraversa una zona fitta di vegetazione. Incontriamo due scimmiette nere appollaiate su un albero. Questa prima giornata e’ molto soft: in circa 4 ore, con alcune pause, arriviamo alla prima tappa, il rif. Mandara (2.720 mt).
La prima notte passa tranquilla: dormiamo in piccoli ma accoglienti bungalow, al caldo nei nostri sacchi a pelo.

Giorno 2
Stiamo tutti bene, il tempo e’ buono e il morale alto. Partiamo alle 8:30 dopo un’abbondante colazione. Presto la vegetazione cambia e passiamo dalla foresta pluviale a una zona meno verde, con cespugli simili ai nostri baranci e alberi di piccole dimensioni. Procediamo sempre lenti ma costanti e saliamo di quota senza problemi.
Nell’ultimo tratto prima del nuovo rifugio il panorama si apre e finalmente intravvediamo la cima innevata del Kilimangiaro. Sotto a noi l’immensa valle che si estende fino all’orizzonte.
Nel primo pomeriggio arriviamo al rif. Horombo, la seconda tappa. Siamo a 3.720 mt, tutti e tre in ottima forma, molto soddisfatti di com’è’ andata la giornata e di come i nostri fisici stanno rispondendo alla quota. Nessuna difficoltà’ tecnica, anche oggi e’ stata una normale passeggiata di montagna. Sappiamo che la difficoltà’ del trekking e’ data solo dall’altitudine e che “il bello inizia adesso”.
Domani ci spingeremo oltre i 4.000 mt.

Giorno 3
Giornata di acclimatamento: molti non la fanno, noi si, seguendo il programma che avevamo stabilito in partenza. Facciamo quindi una breve escursione a circa 4.200 mt e ci fermiamo. Sentiamo il fiato piu’ corto rispetto agli altri giorni ma saliamo senza difficoltà e in 1 ora raggiungiamo Zebra Rocks (chiamata così per i segni lasciati dal ghiacciaio che si e’ ritirato) e poi giù’ di nuovo ad Horombo per la seconda notte.
Il tempo cambia in fretta, a momenti c’è’ il sole (caldissimo), poco dopo piove. Nel pomeriggio il cielo si apre e ci regala una vista fantastica
Tutto procede bene. Domani raggiungeremo Kibo, l’ultimo rifugio prima della cima, a 4.700mt.

Giorno 4
Partiamo alle ore 8:00, su un sentiero che subito si fa ripido. Stiamo un po’ prima di “ingranare la marcia giusta” ma una volta trovata procediamo senza problemi. Intorno ai 4.300 mt il panorama cambia, la strada diventa pianeggiante e in breve ci troviamo in un grande deserto d’alta quota. Attraversarlo e’ magico.
Arrivano i primi leggeri mal di testa e il fiato si fa sempre più corto ma e’ tutto normale, ora siamo sui 4.500 mt e manca poco al rif. Kibo.
Sull’ultima rampa sento il cuore che pompa forte e mi fermo a riprendere fiato ogni 20-30 passi. Ma ormai ci siamo e arriviamo al rifugio (4.720 mt) senza particolari problemi. Questa e’ l’ultima tappa prima della meta.
Ora ci riposiamo un po’ di ore e a mezzanotte ripartiamo, per l’ascesa a Uhuru Peak, la vetta del Kilimagiaro.

ore 20:20 e 9 secondi
Scrivo. Scrivo per ingannare il tempo. Scrivo perché altro non posso fare.
L’attesa per la partenza e’ straziante. Mancano poco meno di 4 ore, ma i minuti non passano più. E ho già letto, ho già provato a dormire, ho già fatto un giro fuori, sotto il cielo più freddo e stellato che abbia mai visto. Ho già fatto tutto, non mi resta che scrivere.
Ho bisogno di scrivere. La mia testa e’ satura di pensieri. La quota si fa sentire: qualche ora fa e’ arrivato un mal di testa più fastidioso e persistente degli altri. Ho preso un’aspirina e presto mi e’ passato, ora sto bene. Ma quella mezz’ora e’ bastata per rivoltarmi l’anima… si perché quello che a casa, nella vita di tutti i giorni, e’ un problema da niente, qui, a 4.700 mt si trasforma in una catastrofe, o per lo meno, questo succede nella mia testa.
E allora mille paranoie sull’ascesa, sulla riuscita della “spedizione”, sul mal di montagna, su cosa e’ meglio fare e cosa no. E tutto ciò che gli scorsi giorni era stato gestito e affrontato con tranquillità’, ora esplode nella confusione più totale.
Il cuore pulsa, forte, a momenti fortissimo. Sara’ la quota, saranno le preoccupazioni. Entrambe le cose. E allora scrivo, e butto fuori tutto.
Penso alla mia donna, a quanto vorrei ora un suo caldo bacio. E poi subito al nostro bambino, a cosa non darei per lanciarlo in aria e vederlo sorridere come solo lui sa fare. Quanto mi farebbero stare meglio! E invece c’è’ solo un nodo in pancia che non accenna a sciogliersi.
Giusto qualche ora fa, camminando lento nel deserto che porta a Kibo, con il sole in faccia e la musica nelle cuffie, ho pensato che in quel momento, in quel preciso istante, non avrei voluto essere in nessun altro posto al mondo. E mi sono sentito tanto fortunato, senza sapere chi o cosa ringraziare.
Ora, vorrei essere ovunque tranne qui. Per la miseria!
Mi aggrappo ad appigli importanti ma piu’ fragili del solito: al fatto che fra meno di dodici ore, se tutto andrà bene, vedrò sorgere l’alba dalla montagna piu’ alta dell’Africa e realizzerò un sogno che rincorro da anni; al fatto che fra una settimana riabbraccerò la mia famiglia e li amerò’ ancora più di prima, perché ancora più di prima, saprò quanto preziosi sono per me; mi aggrappo a tutto ciò che posso… ma tutto ciò fa parte di un futuro, vicino o lontano che sia. Adesso, ora, qui, sono le 20:48 e 10 secondi. E mancano tre fottute ore alla svolta.
Mi coricherò ancora e leggero’ qualche pagina sperando che i miei occhi si stanchino e la mia mente si plachi. Dormire un paio d’ore e’ ciò che piu’ desidero in questo momento.

E spero tanto, con tutto me stesso, di rileggere queste righe domani sorridendo, per come ero stato capace di perdermi in un bicchier d’acqua.

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